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Sigmund Freud e il Mosè

Tra Sigmund Freud e la chiesa cattolica è guerra aperta fin dall’inizio. Ancora negli anni ’50 il Vicariato di Roma, la diocesi di Pio XII, definiva «peccato mortale» il fatto che un cattolico si rivolgesse a uno psicoanalista e le opere di Sigmund Freud erano messe all’Indice. Un cambiamento avviene sotto il pontificato di Paolo VI, con l’ammissione che c’è un ruolo, se non per la psicoanalisi, almeno per la psicologia. Sigmund Freud, che aveva studiato le religioni, per lui assimilabili a una sorta di narcotico con cui l’uomo controlla la propria angoscia, nel 1934 inizia a scrivere “L’Uomo Mosè e il monoteismo”: avrà molti dubbi sulla sua pubblicazione perché le conclusioni esposte nel libro contengono la confutazione, a partire dall’identità di Mosè, della coscienza nazionale ebraica. Ma la figura di Mosè aveva già impegnato Freud anni prima, con la pubblicazione de “Il Mosè di Michelangelo”.

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